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Dal Cini con furore
di Mario De Caro
 
 
 
Nell’attuale catalessi identitaria della cultura di Sinistra, non poteva darsi evento più auspicato del contributo critico di Marcello Cini, uno dei Maestri della cultura progressista italiana, uomo dalle convinzioni granitiche. L’occasione del suo intervento è il dibattito in corso su un aspetto particolare della crisi: il caso del manifesto, quotidiano del quale egli è sempre stato severo mentore. Da qualche tempo infatti il giornale si trova in cattive acque e molti si industriano a capire perché ciò accada e se e come vi si possa porre rimedio. A lungo attesa, finalmente sullo spinoso tema è giunta una dirimente epistola del Professor Cini, nella quale il Nostro distilla le sue granitiche certezze, pubblicata il 20 luglio proprio dal periclitante foglio.
Quali sono dunque i guai del manifesto? Fondamentalmente uno, assicura il Maestro: il dirizzone che hanno preso le sue pagine culturali, che negli ultimi hanno cessato di offrire “una esplorazione dei campi del sapere illuminata da criteri comuni di visione della realtà sociale”. Oggi, al contrario, si è tornati a una rigida delimitazione della cultura “entro confini disciplinari tradizionali.” Tutto il contrario dei bei tempi andati, in cui il manifesto si occupava di temi che andavano dalle “questioni ambientali … a Leopardi, dal capitalismo italiano straccione e truffaldino ai personaggi più significativi della storia italiana remota e recente, dalla rivoluzione basagliana della psichiatria alle tesi di Hans Jonas sul rapporto fra etica e tecnica”.
Orbene, rispetto a questo radioso passato, cosa c’è oggi che non va? La realtà è brutta a vedersi, ma Cini ha forza granitica sufficiente per guardarla dritto negli occhi. Accade infatti che oggi nelle pagine culturali del manifesto “la «vera» cultura sia tornata ad essere appannaggio dei filosofi e dei letterati”. Insomma, come il pelo sul corpo del lupo, al manifesto sono tornati al potere gli umanisti: e questa, suggerisce Cini, dovrebbe preoccuparci tutti.
È vero che un ingenuo lettore potrebbe chiedersi chi mai, nell’età d’oro del manifesto, scrivesse su Leopardi (forse un osteopatologo?) o sulle tesi di Hans Jonas sul rapporto tra etica e tecnica (magari un ingegnere idraulico?). Oppure, ancora, l’ingenuo lettore potrebbe domandarsi se il Maestro non sia fermo, con la sua visione della filosofia, ai tempi certamente gloriosi del suo Liceo – a Gentile, a Croce –, mentre oggi vi sono filosofi che con gli scienziati dibattono con perfetta competenza di causa: come Hilary Putnam che, pur essendo oggi critico feroce dello scientismo, ha contribuito a risolvere uno dei celebri problemi matematici posti da David Hilbert, o come Daniel Dennett e Jerry Fodor, che sono punti di riferimento dell’intero movimento delle scienze cognitive; o con loro molti altri. Ingenuamente, insomma, si potrebbe forse pensare che uno dei guai principali in cui la nostra cultura, compresa quella residuale di Sinistra, si dibatte oggi sia proprio il perdurare dell’obsoleta separazione tra cultura scientifica e cultura umanistica, con i relativi opposti isolazionismi dell’umanesimo eburneo e dello scientismo (un limpido esempio, questo, dei “confini disciplinari tradizionali”, di cui per altri versi a ragione il Maestro si lamenta).
Intrattenere un tale pensiero sarebbe però un grave errore. Il punto, infatti, non è solo politico-culturale, ma anche antropologico. Si sa di che pasta sono fatti i filosofi, per esempio. E qui, sia pure con una dignitoso imbarazzo, Cini cala l’asso di una dolorosa vicenda umana (“e chiedo scusa se sono costretto ad accennare a una questione personale”). Cosa è gli accaduto di così terribile, dunque, se il Maestro, vincendo la Sua naturale modestia, arriva a parlarne in pubblico? Un grosso guaio, combinato da un vecchio e glorioso collaboratore delle pagine culturali del manifesto, G.G., che in sé sarebbe pure “persona stimabile e corretta”, concede il Maestro (ma purtroppo è filosofo, e ciò inevitabilmente ne compromette lo statuto morale). A G.G., racconta dunque affranto Cini, venne “commissionata” una recensione del suo volume, con “la richiesta esplicita (e documentata dall'autore) di esprimere apertamente le sue riserve” sulle tesi sostenute nel volume.
Qui siamo veramente alle radici della crisi in cui versa il manifesto e probabilmente l’intera Sinistra (italiana e mondiale). Ma ci rendiamo conto? Siamo al punto che ci si permette di discutere di volumi teorici esprimendo riserve! Il Maestro è attonito e noi con lui.
Ma lo sa, il G.G., quali danni potrebbe provocare, con questo suo intollerabile atto di superbia intellettuale? È consapevole che questa sua azione “non poteva non essere interpretata dai lettori di lunga data come una sconfessione da parte del manifesto delle idee sostenute sulle sue pagine per decenni”, in particolare “sulla questione essenziale del rapporto fra conoscenza scientifica e contesto sociale”? Lo scenario è apocalittico. Possiamo immaginare, dal Mugello al Conero, dal Manzanarre al Reno, legioni di lettori di lunga data del glorioso giornale, con l’occhio vitreo, attoniti all’idea che, dopo la crisi del comunismo e la decadenza delle democrazie, si sia ormai perduta anche l’Ultima Bussola – ovvero le decennali tesi del Maestro sul rapporto fra conoscenza scientifica e contesto sociale.
Nella sua denuncia, il Nostro è come al solito lucidamente granitico. Il punto però è delicato e occorre attenzione. Qualche lettore di lunga data potrebbe infatti presumere, erroneamente è ovvio, che tra i motivi della crisi del manifesto ci sia proprio il fatto che le stesse tesi vengono ripresentate immacolate dopo quarant’anni e che – anche visti i risultati – forse un pochino di dialettica interna proprio male non farebbe. A queste ubbie revisionistiche, però, il Maestro risponde con uno spariglio, disorientando a tutta prima il lettore. Audacemente scrive infatti il Granitico: “Non c'è dubbio dunque che le pagine [del manifesto] debbano essere aperte a un libero confronto fra posizioni diverse”.
Come sarebbe “libero confronto”? Dal Nostro ci aspettiamo tesi granitiche: non sarà, ahinoi, diventato un po’ relativista anche lui? Se così fosse il lettore, soprattutto quello di lunga data, verrebbe facilmente disorientato. Ma ecco che, con abile capriola, tutto torna in ordine: “A patto tuttavia che quelle dedicate alla cultura non siano un optional dove si può dire, senza avvertire il lettore, il contrario di quello che si dice nelle altre”. Et voila, il gioco è fatto: il “libero confronto”, se inteso come comparazione di tesi opposte, è idea assolutamente nefasta, soprattutto nelle pagine culturali (magari a questo scopo si potrebbero destinare le pagine sportive?). E in questo modo diviene chiaro che con il termine “libero confronto” il Maestro intende qualcosa come “l’accostamento non disturbante di modulazioni, simili tra loro, delle Tesi Ufficiali del Giornale”. Torniamo tranquilli.
L’incresciosa vicenda della dissociazione di G.G. potrebbe bastare a provare anche al lettore più scettico di quale pasta siano fatti i filosofi. C’è però un caso anche più grave. Si tratta di un articolo di parecchi mesi or sono, in cui un altro filosofo – tal Mario De Caro – discuteva di un libro di riflessioni sul libero arbitrio del filosofo Ludwig Wittgenstein (un altro!). Tale articolo deve aver molto infastidito il Maestro, al punto che dopo vari mesi Egli ritiene di doverne discuterne – con grande giovamento di noi tutti, peraltro. Cosa, in quell’articolo, provocò cotanta irritazione?
In primo luogo – inizia la severa requisitoria del Granitico – il tema del libero arbitrio nulla a che fare con la storia e la cultura del manifesto. Qui, di nuovo, occorre fare molta attenzione. Alla lettura di questa frase, qualche lettore scaltrito, anche di lunga data, potrebbe infatti trasecolare: al di là delle fuorvianti apparenze identitarie, si tratta, infatti, di una evidente castroneria, tale che è impensabile sia stata partorita dal Maestro. È patrimonio comune dell’umanità, infatti, che la questione del libero arbitrio abbia implicazioni sociali e politiche di assoluto rilievo (e che per questo, quindi, essa possa ovviamente avere cittadinanza sulle pagine culturali del manifesto). In proposito basterà citare la tesi di Max Weber, dibattutissima ancora oggi, su come la nascita del capitalismo dipese dalle tesi calvinistiche sulla predestinazione, ovvero sulla mancanza del libero arbitrio. Oppure le ovvie ripercussioni che le tesi sul libero arbitrio hanno per le varie concezioni della pena (retribuzione, deterrenza, riabilitazione). O, ancora, le ampie ripercussioni sociali e politiche delle ipotesi sul determinismo genetico e biologico. Oppure gli studi neurofisiologici sulle radici dell’umano e sul rapporto tra natura e cultura. E si potrebbe continuare. Per fortuna, però, qui non si corrono veri pericoli: lo scaltro lettore – meditando solo un attimo su questa sventurata frase – capirà certamente che essa non può che essere stata posticciamente interpolata nella lucida epistola del Maestro (forse dallo stesso misterioso deviazionista che contro di Lui commissionò la proditoria recensione critica?).
Ci sono però altre obiezioni che il Granitico muove al De Caro, ed è bene analizzarle perché tutti apprendano la Sua severa ma giusta Lezione. In primo luogo, nel discutere di alcuni esperimenti psiconeurologici del famoso scienziato Benjamin Libet, il De Caro opera la scelta “criticabile” di “omettere nell'articolo in questione” l’interpretazione che dei suoi esperimenti dà lo stesso Libet. Il De Caro, perpetuando nei suoi errori, potrebbe forse replicare che, nell’amplissimo ambito del dibattito su questi esperimenti, Libet non è granché considerato come interprete dei propri esperimenti (si legga per esempio quanto ne dice, in più luoghi, un superesperto come Daniel Dennett).
Ma questo punto è per fortuna marginale, di fronte alla Superobiezione del Granitico Maestro. Il quale, con sdegno, riporta questa frase del De Caro: “Se ha ragione Einstein il fatto che non possiamo predire le nostre azioni dipende soltanto dalla nostra ignoranza”. Per fortuna il Maestro è pronto a riportarci alla Verità: “Ebbene, mi permetto di dire che si tratta di una affermazione priva di fondamento. Non si può infatti ignorare che trent'anni di esperimenti hanno dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che, a livello degli atomi e dei suoi costituenti, Einstein aveva torto”. Dunque, “la tesi dell'autore, oltre a essere in ritardo di mezzo secolo, poggia su due argomentazioni fuorvianti”. Ne segue l’inflessibile condanna per il reprobo recensore: il De Caro è chiaramente “un filosofo antistoricista, che tende a far passare l'idea che la scienza, implicando la completa prevedibilità dei fatti futuri, costituisce il fondamento di una concezione deterministica del divenire”. E così, con mirabile concisione, il Nostro conclude la sua arringa contro i filosofi. E qua, dunque, potremmo fermarci anche noi, con suprema soddisfazione dell’intelletto.
Tuttavia è forse utile dire ancora qualcosa del modo di argomentare del Granitico Maestro, magari a beneficio delle giovani generazioni. Si potrebbe rilevare, per esempio, che il Nostro, nell’accusare De Caro di sostenere tesi vecchie di mezzo secolo, intelligentemente evita di ricordare che la recensione di De Caro parla di Wittgenstein, morto appunto mezzo secolo fa. Oppure si potrebbe discutere sull’osservazione del Maestro che il determinismo einsteiniano è stato confutato a livello atomico e subatomico: un punto questo che – come sa chiunque si sia occupato della questione del libero arbitrio per più di cinque minuti – è in sé irrilevante per la questione del libero arbitrio. Ciò che conta, infatti, è sapere se l’indeterminismo atomico ha ricadute rilevanti al livello di grandezza degli esseri umani (e dei loro processi cerebrali): in questo senso la minaccia deterministica di Einstein è ancora in piedi, e un gran numero di filosofi e scienziati – alcuni anche più autorevoli del pur autorevolissimo Maestro – ne dibattono con molta vivacità.
Soprattutto, si potrebbe far notare al Nostro che l’assunto da cui Egli parte per la sua presunta Superobiezione, è estremamente debole: seppure fosse vero che le nostre azioni dipendono da processi causali indeterministici, tutto si sarebbe dimostrato meno la verità del libero arbitrio: infatti, come già sapeva 250 anni or sono David Hume, il caso è il contrario della libertà. Né il determinismo né l’indeterminismo sembrano dunque aiutare la causa del libero arbitrio. Ed è per questo che le più grandi menti dell’Occidente (da Hume a Kant, da Nozick a Chomsky) giudicano questo tema, con buona pace di Cini, la più complessa di tutte le questioni intellettuali.
Una tale replica, tuttavia, sarebbe assolutamente capziosa. In effetti, al Granitico Maestro patentemente tutto interessa, meno che discutere in modo serio di libero arbitrio (e chi potrebbe biasimarlo, visto ciò che Egli pensa della filosofia?). Ciò che voleva, ancora una volta, era soltanto ribadire che la Verità è Una. Chi ce l’ha, ce l’ha – e Lui ce l’ha. E chi non ce l’ha, sarà bene che se ne faccia una ragione.

Mario De Caro