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Inconvenient Truth?
di Simona Morini
 
 
 
Al Gore, “quello che una volta era il futuro presidente degli Stati Uniti” – come lui stesso si definisce – ha confezionato per la Paramount un film documentario a partire da materiale tratto da un suo libro del 1992, Earth in Balance, e dalle slides che ha presentato al pubblico in una serie di conferenze tenute in giro per il mondo negli ultimi anni. L’eco-horror realizzato dal regista Davis Guggenheim riempie le sale cinematografiche e sembra rinverdire, negli USA, la carriera di Gore. C’è da chiedersi – con Pietro Corsi, a Spoleto Scienza in coda al dibattito scientifico sui problemi del clima e dell’ambiente– come mai l’umanità periodicamente si senta prossima alla fine del mondo (perfino Newton era convinto che fosse questione di pochi anni!) e alla catastrofe ecologica. Abbiamo radicalmente modificato la natura nei secoli – ancora ai tempi dei romani l’Europa era una distesa di foreste in cui l’uomo aveva vita grama quanto gli animali – in modo da liberarci dalle carestie, dalle malattie e dalla fame che perseguitano chi vive in ambienti “naturali”. Abbiamo innestato piante e incrociato animali in modo da avere cibi di migliore qualità. Una spiga di oggi è tutt’altra cosa rispetto a una spiga di mille anni fa. Sono diversi i campi, i paesaggi, le città e gli stessi esseri umani. Eppure, a ogni tappa di questo processo (in cui si intrecciano perdite e conquiste) ci sentiamo prossimi alla fine. Da secoli.
Nel titolo del film di Gore “An inconvenient truth” (Una verità scomoda) stanno due termini significativi per chi si interrroga sul complicato rapporto tra scienza e società civile. Il termine “verità”, anzitutto, spesso foriero di disgrazie. La scienza non dispone di Verità ultime in questo campo. (Per esempio, è difficile fare previsioni globali di lungo periodo sul clima e sulle cause delle sue variazioni. Né ci sono dati conclusivi sugli OGM - ma neanche uno straccio di prova che siano dannosi, per cui il rischio di assumerli è paragonabile al rischio di assumere qualsiasi altro alimento sul mercato. Infine, gli equilibri ambientali sono in sé delicatissimi, anche senza che l’uomo intervenga per turbarli). E poi il termine “scomodo”, come se la scienza e l’industria complottassero per nascondere ai cittadini dei terribili segreti che solo alcuni coraggiosi – come Al Gore – hanno il coraggio di svelare.
Fare dell’ambiente un problema morale, anziché scientifico e politico – è in realtà il modo migliore per lasciare le cose come stanno. Per affrontare i numerosi e spesso effettivamente drammatici problemi che abbiamo di fronte occorre “più scienza”, come hanno osservato a Spoleto Giulio Giorello e Remo Bodei, non predicozzi pre o post-elettorali. E, soprattutto, la creazione di organismi internazionali adatti ad affrontare il tipo di decisioni complesse che le questioni ambientali richiedono. Da un sondaggio di Massimiano Bucchi risulta che, almeno in Italia, i cittadini in generale hanno fiducia nella scienza, ma sentono il bisogno di regole. Sarà un caso, ma nel filmato di Gore non c’è il benché minimo abbozzo di soluzione. Neanche una “modesta proposta”.
Personalmente mi fa più paura la politica della scienza.